Nell'impaginare il libro sul canto popolare a Ponte Caffaro (Oi che bèl felice incontro) decisi di inserire una fotografia di minatori caffaresi che avevo trovato anni fa. Conoscevo alcuni uomini ritratti ma non sapevo nulla del luogo e del periodo: così, seguendo questo filo invisibile che partiva dalla fotografia, mi sono trovato in Val Varaita, in Piemonte. Ho scoperto che tanti caffaresi la conoscevano e la ricordavano,perché quelli che hanno lavorato in miniera e nelle gallerie sono morti giovani. Ben ventitré caffaresi erano in ValVaraita:a Casteldelfino e a Villa mentre altri tre, di cui non ho trovato i nomi erano a Sampeyre. Tra i minatori c'erano anche alcuni suonatori del carnevale di Ponte Caffaro, che avevano portato con loro gli strumenti musicali. Ho ricostruito questa storia ascoltando le testimonianze di Rita (Margherita Fusi) e dei figli di alcuni minatori rendendomi conto che tanti anni fa i migranti eravamo noi,inostri genitori,i nostri nonni,i nostri compaesani che per poter vivere e mantenere la famiglia affrontavano indicibili difficoltà.
Piero se l'era già fatto in bicicletta il viaggio da Ponte Caffaro a Casteldelfino, ormai la strada la conosceva e l'avrebbe rifatta di nuovo col tascapane in spalla, ma questa volta non poteva: accompagnava in val Varaita la sua fidanzata Angelina .Così nel 1936 erano partiti in treno, avevano deciso che si sarebbero sposati là e portavano anche i loro materassi. Sul treno c'era anche Ciadì con i figli, in piedi poveretta, teneva in braccio Mìlcare, il figlio di un anno. Un uomo continuava a molestarla, la voleva toccare; per fortuna Angelina era un tipo deciso e l' aveva fatto smettere. Tonì, marito di Ciadì, lavorava in miniera e l' aspettava sul posto.
Arrivati a Casteldelfino, le donne entrarono
nella casa preparata dai loro uomini: era una stalla con un fuoco,dei pagliericci e dei giacigli di fieno per dormire. C' erano anche i conigli e le galline. Alla fame e alla povertà erano già abituate, là avrebbero aiutato meglio i loro uomini. Appeso al muro c' era anche il violino di Tonì. In inverno, anche la gente del posto portava la stufa in stalla e viveva con le vacche, ci si riscaldava meglio.
Il quattordici dicembre del 1936, a Pontechianale, Piero sposò la sua Angelina e andarono ad abitare in un locale tutto per loro. Così Tonì rimase con la sua famiglia a condividere la stalla con i conigli e le galline. Cominciava, però, ad avere i primi dubbi: la gente del posto gli diceva che era meglio andarsene, le miniere non perdonavano. Rimase solo pochi mesi e poi riprese il treno per ritornare al paese.
Con Piero lavorava anche il suo amico Giàni, insieme avevano fatto lunghi viaggi in bicicletta a cercare lavoro. Una volta erano arrivati a Genova come disperati, ilpane secco era finito durante il viaggio e in tasca non avevano soldi.
A Pontechianale foravano una galleria che procurava uno strano malessere: il poiànc, che toglieva l'appetito, dava il mal di testa e una nausea continua. Dovevano convivere anche con la prussiéra, la polvere nera che li copriva durante il lavoro e non si staccava dalla pelle, neanche con l'acqua calda.
La moglie di Giàni voleva raggiungerlo a Casteldelfino e lui le aveva promesso che l'avrebbe fatta venire e per questo stava preparando la legna per l'inverno. Ma Giàni era impensierito dal poiànc e da quella polvere che gli ungeva la pelle. Poi,come se non bastasse un vecchio del posto, indicandogli una targa con dei nomi all'imbocco della miniera, gli aveva spiegato, nel suo dialetto occitano, che quelle persone erano andate a farsi curare all'ospedale di Saluzzo e non erano più tornate.
Decise di abbandonare legna e lavoro. Se ne andò, con la chitarra che si portava nei cantieri,a Osiglia nel savonese a scavare altre gallerie. Lo seguirono anche Piero e Giuseppe.
Le loro mogli li raggiunsero là.
Erano minatori di galleria, portavano larghi pantaloni alla zuava e la fascia in vita. Quelli con la fascia erano i migliori, battevano la mazza in coppia e sapevano sia tenere il ferro da mina che battere la mazza con precisione. Non avevano paura a girare il mondo, andavano dove c' era lavoro. I capicantiere non se li facevano scappare quelli con la fascia.
Gli altri amici suonatori non capirono questa scelta, pensarono che Giàni non badasse al risparmio. Dissero che, a cambiar posto spesso, ci guadagnavano solo le ferrovie.
Comì lavorava a Casteldelfino e Giustina, sua moglie, era incinta di sette mesi. Quel giorno era andata nei prati a raccogliere le cicorie e, forse per la fatica o la posizione scomoda, la sera aveva partorito il figlio che però era morto subito dopo.
Anche i fratelli Cesarino, Giulio e Gioàn erano minatori con la fascia e anche suonatori del carnevale di Ponte Caffaro. Con loro c' erano Luigi e Gioanì, quest'ultimo aveva fatto la guerra d'Africa con Giulio; appena congedati erano andati in val Varaita.
Gioàn in quell'aprile del 1937 era andato a Ponte Caffaro a sposare la sua Rita e dopo tre giorni erano ritornati. Anche per lei la casa fu una sorpresa: una stanza col fuoco e uno sgabuzzino con il pagliericcio per dormire, però c' era la luce elettrica. Lei doveva preparare da mangiare per i cognati che vivevano a Villa in una stalla.
Era proprio una bella squadra la loro: Gioàn suonava il mandolino, Giulio il violino, Cesarino la chitarra e il loro amico Gioanì il basso o la chitarra. A Ponte Caffaro quando suonavano assieme era una festa ma qui, a guardarli quando uscivano dalla miniera neri di prussiéra, ti veniva la malinconia.
Però nei giorni di festa, suonavano a Castello, nelle case sparse o nei fienili,per le donne del posto, le bacàne (parola che Rita usava per indicare le donne del posto. Bacàn è un termine dialettale antico oggi non più usato a Ponte Caffaro, indica il padrone o il possidente).
Esse ballavano tra di loro a coppie e poi facevano il bersò, un cerchio. C' era sempre gente a guardare; alcuni stavano seduti sul mucchio del fieno, a ltri accovacciati per terra. Le bacàne invitavano i suonatori caffaresi per poter ballare tra di loro, i loro mariti erano tutti a lavorare in Francia, non volevano morire per colpa delle miniere.
Uomini a Casteldelfino ne erano rimasti pochi, tutti vecchi.
Un giorno in un' osteria piccola e angusta di Casteldelfino, un forestiero fece un' offerta per la chitarra intarsiata di Cesarino. Tutti gli dissero di non venderla ma lui rispose che per quei soldi doveva lavorare due mesi. La vendette.
Rita era rimasta subito incinta e in gennaio era nato Pierino; quando fecero la foto di gruppo nel trentotto c' era anche lui. Una polmonite fulminante se lo portò via che non aveva ancora un anno, lo seppellirono nel cimitero di Chiesa.
Rita non se la sentì di accompagnare Pierino al cimitero, guardava dalla finestra quelle donne con il velo bianco sulla testa, come a Ponte Caffaro quando era bambina e vedeva i funerali degli anzolì, i bambini morti. Non si aspettava che le andassero tutte a porgere le condoglianze. Le volevano bene le bacàne, quando aveva partorito le avevano portato le patate; la macellaia addirittura le aveva dato due pannolini.
Avvisarono i familiari per quel lutto e dopo un po' arrivò sua sorella Maddalena. Rimase a farle compagnia per un certo periodo.
Un giorno Maddalena scoprì dove la macellaia buttava le teste e gli scarti degli animali uccisi. Così Rita iniziò a raccogliere quegli scarti, li cucinava per i suoi uomini. Stavano attente a non farsi vedere ma un giorno il macellaio se ne accorse e da allora smise di buttare gli scarti,temeva di causare infezioni e malattie. Alla macellaia faceva compassione quella famiglia sfortunata e diceva a Maddalena: vieni a stare da noi. Alcune signore anziane facevano capire che lavorare là era pericoloso:
"Non vorremmo dirvelo, ma è meglio se andate via".La gente delposto era gentile con i caffaresi.
Anche Milio, fratello di Rita, era andato là quando aveva sedici anni, faceva il garzone per la ditta Peduzzi: lavorava all' aperto, non in galleria.
In zona c' erano tanti operai, a Casteldelfino c' erano le baracche per gli uomini, la mensa e anche l' infermeria. Menichì, quando si era ammalato, era stato ricoverato là alcuni giorni e poi era ritornato subito a Ponte Caffaro.
Rita tornò a Ponte Caffaro nel quaranta. Quando nel quarantadue le riferirono che riempiendo la diga di Castello Pontechianale, avevano allagato il cimitero dove avevano sepolto il suo Pierino ci rimase molto male ma aveva un' altra grossa preoccupazione: il suo Gioàn non stava bene la prussiéra se lo stava mangiando e lui andava avanti e indietro dalla Valcamonica.
Morì a soli quarantadue anni lasciandola vedova con due figli.
Cesarino non arrivò neanche ai quaranta.
Piero arrivò a cinquantadue anni ma gli riconobbero la silicosi solo dopo morto.
Giàni invece visse fino a settantasette anni, era stato caposquadra e aveva trascorso meno tempo in galleria.
Anche a Giulio andò bene, l' ultima volta che suonò per i ballerini di Ponte Caffaro fu nel Carnevale del 1966, riuscì a godersi la pensione fino al novantaquattro.
